Perché il fantasy continua a tornare alle vecchie leggende?

 

Boschi nei quali è meglio non entrare. Acque dalle quali qualcosa potrebbe emergere. Creature che aspettano lungo i sentieri o ai margini dei villaggi. Donne che non sono completamente umane. Morti che non hanno intenzione di rimanere tali.

Chi conosce il fantasy contemporaneo ha incontrato immagini come queste molte volte.

Uno degli esempi più conosciuti è certamente The Witcher, il mondo creato dallo scrittore polacco Andrzej Sapkowski e diventato, attraverso romanzi, videogiochi e serie televisive, un fenomeno conosciuto in tutto il mondo.

 

Una delle caratteristiche che rende immediatamente riconoscibile quell'universo è il suo bestiario. Molte delle creature incontrate da Geralt sembrano possedere qualcosa che va oltre il semplice mostro inventato per essere sconfitto.

Sapkowski ha attinto a mitologie, fiabe, leggende e tradizioni molto diverse tra loro, trasformandole e mescolandole con creature di propria invenzione. Non soltanto folklore slavo, come talvolta viene semplificato, ma un patrimonio molto più vasto che attraversa l'Europa e arriva anche oltre.

Del resto, lo stesso autore ha descritto il retelling come una tecnica classica del fantasy: prendere fiabe, miti e leggende e raccontarli nuovamente, modificandoli e adattandoli a una nuova storia.

Forse, allora, la domanda più interessante non è da dove provengano i mostri di The Witcher, ma perché, dopo secoli, abbiamo ancora bisogno di raccontare le stesse paure attraverso mostri, streghe e creature provenienti dal folklore.

Forse perché la modernità non ha ucciso le vecchie leggende.

Le ha trasformate in narrativa.

 

Il fantasy non ha inventato i mostri

Oggi siamo abituati a considerare il mostro come un personaggio. Ha un nome, un aspetto, determinate capacità. Nei videogiochi possiede persino statistiche, punti deboli e strategie necessarie per sconfiggerlo.

Ma per gran parte della storia umana il mostro non apparteneva a un bestiario fantasy: apparteneva al mondo reale, o almeno così poteva essere percepito.

Prima dei romanzi fantasy, delle serie televisive e dei giochi di ruolo esistevano racconti tramandati nelle famiglie e nelle comunità. Storie che cercavano di spiegare ciò che accadeva oltre il confine del conosciuto.

Per comprenderle dobbiamo provare a immaginare un territorio molto diverso da quello che conosciamo oggi. Niente illuminazione pubblica, telefoni, automobili, previsioni meteorologiche consultabili in pochi secondi o mappe satellitari capaci di dirci esattamente dove siamo.

In un mondo simile, una storia raccontata attorno al fuoco non era necessariamente soltanto intrattenimento. Poteva diventare memoria, avvertimento e spiegazione, un modo per trasmettere ciò che era accaduto a chi aveva attraversato quei luoghi prima di noi e per suggerire dove fosse meglio non andare.

Non attraversare quel luogo di notte. Non avvicinarti all'acqua. Non rimanere fuori oltre una certa ora.

Attraverso il racconto, quei divieti acquistavano un volto, una voce e talvolta persino un nome.

Naturalmente sarebbe troppo semplice sostenere che le leggende siano state inventate deliberatamente per impedire ai bambini di allontanarsi da casa o agli adulti di entrare in luoghi pericolosi. Le tradizioni popolari sono molto più complesse e cambiano continuamente passando da una generazione all'altra.

Eppure quelle storie avevano una caratteristica straordinaria.

Davano un volto all'ignoto.

Un rumore diventava una presenza. La forza incomprensibile della terra diventava una creatura. Ciò che non poteva essere spiegato poteva almeno essere raccontato.

 

Quando una superstizione contiene un avvertimento

Oggi siamo naturalmente portati a guardare molti di quei racconti con occhi diversi. Non crediamo che una creatura viva davvero nell'acqua o che una presenza soprannaturale punisca chi oltrepassa un determinato confine. Possediamo conoscenze e strumenti che i nostri antenati non avevano e possiamo spiegare fenomeni che per loro rimanevano incomprensibili.

Ma questo non significa che dietro quelle storie non esistesse anche una forma di conoscenza.

Dire a un bambino che nell'acqua vive una creatura pronta a trascinarlo sul fondo può sembrarci soltanto superstizione, eppure quell'acqua poteva essere davvero profonda, nascondere correnti imprevedibili o diventare pericolosa dopo una pioggia. La spiegazione era fantastica; il pericolo poteva essere perfettamente reale.

Forse il punto non è stabilire quanto i nostri antenati credessero davvero a ogni creatura di cui parlavano, ma riconoscere che una leggenda poteva custodire un avvertimento anche quando la spiegazione che gli veniva data non era quella corretta.

Ed è qui che la nostra sicurezza moderna può diventare, qualche volta, una forma diversa di ingenuità. Liquidare quelle storie come fantasie di gente ignorante significa rischiare di dimenticare perché alcune di esse sono nate. Abbiamo sostituito molte spiegazioni soprannaturali con conoscenze infinitamente più precise, ma la conoscenza non rende necessariamente innocuo ciò che abbiamo imparato a spiegare.

Abbiamo smesso di credere ai mostri. Non per questo sono scomparsi tutti i pericoli che quei mostri ci insegnavano a rispettare.

 

Il mostro abita sempre da qualche parte

C'è poi un altro aspetto del folklore che trovo particolarmente affascinante: il mostro raramente esiste nel vuoto.

Ha bisogno di un luogo.

Lo vediamo anche nelle leggende del Friuli Venezia Giulia. Le Agane appartengono all'acqua, le Krivapete al mondo selvatico delle Valli del Natisone, l'Orcolat alla terra che trema e la Mari da Not, già nel nome, alla notte. Le Torke arrivano invece a sfiorare gli spazi della vita quotidiana, quasi a ricordare che il confine con l'ignoto non doveva necessariamente trovarsi in qualche luogo irraggiungibile.

A volte passava molto vicino alla casa.

Queste creature non sono equivalenti e appartengono a tradizioni differenti. Sarebbe sbagliato riunirle artificialmente in una sorta di "bestiario fantasy friulano".

Condividono però qualcosa: esistono perché esiste un territorio intorno a loro.

Forse è proprio questa una delle differenze più interessanti tra una creatura inventata e una creatura che sopravvive nel folklore. La seconda non lascia soltanto una storia. Lascia una traccia sulla geografia.

 

La spaventosa curiosità

C'è però una contraddizione soltanto apparente. Se molte di queste storie contenevano un avvertimento e indicavano un confine che sarebbe stato meglio non oltrepassare, perché continuano ad affascinarci?

Forse proprio perché ogni divieto contiene già la promessa di qualcosa che vale la pena scoprire.

È un meccanismo che potremmo definire spaventosa curiosità. Nel momento in cui qualcuno ci racconta che esiste un luogo nel quale non dovremmo entrare, nasce inevitabilmente una domanda: che cosa c'è là dentro?

Il divieto non chiude la storia. La apre.

La paura ci invita a rimanere al sicuro, mentre la curiosità ci spinge verso il confine. Forse le leggende sono sopravvissute così a lungo proprio perché agiscono attraverso entrambe: ci mettono in guardia da qualcosa e, nello stesso momento, ci costringono a immaginarla.

Ed è qui che il folklore incontra perfettamente il fantasy.

Geralt deve andare là dove gli altri non vogliono andare. Il protagonista attraversa il confine che la comunità ha imparato a rispettare e scopre che cosa esiste dall'altra parte.

Fa esattamente ciò che la vecchia leggenda ci aveva raccomandato di non fare.

E noi lo seguiamo.

 

I mostri cambiano quando cambiano le nostre paure

Naturalmente non abbiamo più lo stesso rapporto con l'ignoto che avevano le comunità di secoli fa. Possiamo spiegare fenomeni che per lungo tempo sono rimasti avvolti nel mistero e disponiamo di strumenti che hanno reso il mondo molto più conoscibile.

Eppure i mostri sono ancora qui.

Sono nei romanzi, nei film, nelle serie televisive e nei videogiochi, come se la loro sopravvivenza dovesse dirci qualcosa non tanto sulle creature in cui credevano i nostri antenati, quanto sulle paure che continuiamo ad avere noi. Forse non abbiamo eliminato l'ignoto. Lo abbiamo soltanto spostato.

Il fantasy moderno può prendere una creatura nata secoli fa e utilizzarla per parlare di paura dell'altro, solitudine, guerra, trasformazione, perdita, identità o rapporto con la natura. La forma sopravvive mentre cambia ciò che mettiamo al suo interno.

Ed è probabilmente per questo che un'antica creatura può continuare a funzionare in un romanzo scritto oggi, non abbiamo bisogno di credere letteralmente alla leggenda ma abbiamo bisogno di riconoscere ciò che contiene.

 

Dal folklore al fantasy. E poi di nuovo al territorio

Negli ultimi decenni è successo qualcosa di curioso. Per secoli le storie hanno viaggiato dal territorio verso la narrativa; oggi possono percorrere anche la strada opposta.

Un lettore incontra una creatura in un romanzo, un giocatore la scopre in un videogioco, qualcuno la vede in una serie televisiva. Poi cerca il suo nome e scopre che quella creatura non è nata interamente nella fantasia dello scrittore, ma esisteva già, magari da secoli, all'interno di una tradizione popolare.

E improvvisamente dietro il mostro compare un'altra storia: quella di una regione, di una lingua, di una comunità e di un modo antico di interpretare il mondo.

È forse uno degli effetti più interessanti del successo contemporaneo del fantasy: la narrativa può diventare una porta attraverso la quale tornare al folklore.

Non per trasformarlo in qualcosa che non è, e nemmeno per fingere che le vecchie leggende possano essere recuperate esattamente come venivano raccontate duecento o cinquecento anni fa. Ma per permetterci di guardarle nuovamente.

 

Perché continuo a cercare storie nelle leggende del Friuli Venezia Giulia

È anche per questo che torno così spesso alle leggende del Friuli Venezia Giulia.

Non mi interessa costruire un The Witcher friulano.

Agane, Krivapete, Torke, Mari da Not e Orcolat non hanno bisogno di diventare imitazioni delle creature di un universo fantasy contemporaneo per essere interessanti.

Lo sono già.

Quello che mi interessa è il processo opposto: prendere una storia che rischia di diventare soltanto una curiosità del passato e chiedermi che cosa possa ancora raccontare.

Poi tornare nel luogo dal quale proviene e guardarlo sapendo che qualcuno, prima di noi, lo vedeva in modo completamente diverso. Non perché dovremmo tornare a credere a ciò in cui credeva, ma perché conoscere quelle storie aggiunge qualcosa al modo in cui osserviamo lo stesso territorio.

Il fantasy continua a tornare alle vecchie leggende proprio perché, anche se cambiano i secoli, cambiano le paure e cambiano i modi in cui scegliamo di raccontarle, continuiamo ad arrivare davanti allo stesso confine: da una parte c'è ciò che conosciamo, dall'altra qualcosa che non comprendiamo completamente e che, proprio per questo, continua ad attirare la nostra attenzione.

E nel mezzo una storia.

Forse è anche per questo che continuo a cercare storie nelle leggende del Friuli Venezia Giulia. Non perché credo che il passato debba essere conservato immobile, ma perché alcune storie sopravvivono soltanto quando qualcuno decide di raccontarle di nuovo.

A volte diventano un racconto.

A volte un romanzo.

E qualche volta una storia che doveva essere breve continua a crescere molto più del previsto.

 

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