Il Boborosso di Vildipoz
Ci sono racconti che nascono per spiegare il mondo.
Altri, più pericolosi, nascono per giustificarlo.
Il Boborosso appartiene alla seconda categoria.
Questo testo racconta una delle storie che circolano a Vildipoz.
Si può leggere da sola.
Ma chi conosce il paese sa che nessuna storia, qui, è mai davvero isolata.
Il Boborosso era una di quelle storie che a Vildipoz si raccontavano senza mai volerle davvero spiegare. Una minaccia leggera, buttata lì come una filastrocca storta, buona per far rigare dritti i bambini e tenere viva una paura antica, più vecchia del paese, dei campi e del mondo stesso.
Diego Saccavino aveva otto anni e la ribellione in tasca. Non una ribellione epica o romantica, ma quella fastidiosa, insistente, appiccicosa dei bambini che nascono convinti che il mondo gli debba qualcosa. Figlio di Ivana, la barista del turno del mattino, la donna che sapeva sorridere a chiunque tranne che a lui e di Marco Saccavino, il meccanico più bravo e più irriverente della zona (quello che bestemmiava come se respirasse e che aveva insegnato al figlio più parolacce che tabelline), Diego era venuto su storto. Di quella stortura che non si raddrizza più.
Aveva le mani sempre nere: di terra, di grasso, di marmellata, le unghie, mordicchiate fino alla carne, erano la sua firma. I capelli castani gli cadevano sulle guanciotte rotonde e rosee e camminava sempre come se trascinasse le scarpe apposta solo per far rumore.
I vecchi lo chiamavano “chel diaul, lì”, i giovani lo ignoravano, gli adulti sospiravano ogni volta che lo vedevano comparire e i suoi coetanei lo evitavano come la peste.
Se ci fosse stato un secchio, Diego lo avrebbe rovesciato.
Se ci fosse stato un cane, Diego lo avrebbe infastidito.
Se ci fosse stato un cartello “non toccare”, Diego ci metteva entrambe le mani.
Sapeva di essere insopportabile. E ci godeva.
Rideva sempre nel momento sbagliato: ai funerali, durante la messa, quando qualcuno inciampava sul marciapiede. E quando non rideva, sfidava: con quel suo sguardo stretto, obliquo, che diceva “provami”. Una volta aveva lanciato sassi alle galline di Giacomina la vecchia vicina; un’altra aveva riempito di zucchero il serbatoio dell'Ape del marito. Quando Ivana urlava, lui fingeva di non sentire; quando Marco minacciava punizioni, Diego gli rispondeva con la lingua fuori.
Era un bambino impossibile. E il paese lo sapeva.
E Diego lo sapeva ancora di più.
Quella domenica Ivana era sfinita dal figlio. «Diego, basta correre in casa! Se non la smetti, stanotte viene il Boborosso a prenderti!» lo disse mentre asciugava i bicchieri del mattino, ancora con il grembiule addosso, i capelli raccolti in fretta, la voce tirata per la stanchezza.
Diego fece una smorfia, arricciando il naso. «Mamma, è una storia per i piccolissimi! Il boborosso non esiste! È solo un vecio col vestito rosso che si perde nel bosco, dai…»
Ivana sospirò.
Diego rise continuando a correre ancora più forte. Aveva quell’arroganza pulita dei bambini che non hanno ancora trovato nulla di cui aver paura davvero.
Quella notte, però, qualcosa cambiò.
Il vento tirava dalle ledre, portando un odore di terra fredda e acqua stagnante. Diego si addormentò tardi quella domenica, agitato da un ronzio che sembrava venire dal fondo del corridoio. E quando il sogno arrivò, arrivò come uno strappo.
Si ritrovò nel boschetto dietro casa, quello dove non gli era permesso andare da solo. La terra era nera di umidità, le foglie si muovevano anche se non c’era vento. E tra le ombre, un bagliore rosso.
Un vecchio uscì lentamente dal buio. Vestito di rosso, tutto rosso, non un rosso vivo, ma un rosso spento, come un panno lasciato a macerare nell’acqua. Aveva una barba lunghissima e bianca, il volto scavato, ma gli occhi grigi erano troppo lucidi, troppo svegli.
Sulle spalle portava una gerla di vimini. Grande. Pesante. Colma fino all’orlo.
«O bimbo ti sei perso?» La voce era gentile, quasi allegra. Una voce che non faceva paura. Eppure, il suo sorriso era troppo largo, troppo paziente.
Diego fece un passo avanti spavaldo. «Cosa c’è lì dentro? Giochi? Dolci?»
Il vecchio ridacchiò piano. «Se ti va di vederli… basta che vieni più vicino.» La gerla si muoveva. Non come si muovono i giochi con le pile. Come si muove qualcosa che respira. Diego, curioso e irritato dall’attesa, allungò una mano e tirò la gerla a sé con violenza, abbastanza per guardare oltre il bordo.
E lì, il sogno cambiò.
Il colore rosso non era più quello del vestito. Era rosso vivo. Rosso sangue. E la gerla non conteneva giocattoli: conteneva pezzi di qualcuno. Un braccio minuscolo. Un piede. Una maglia strappata con sopra un coniglietto rosa disegnato.
Diego urlò, non per ciò che vedeva, ma per ciò che capiva: quello non era un uomo.
Quando rialzò la testa, infatti, il volto era cambiato. Non più vecchio. Non più umano.
Gli occhi erano rossi come fiamme ardenti con contorni viola, la bocca troppo larga, denti come punte di falce, il corpo enorme, gonfio come un tronco marcito. Era un orco. O meglio: era ciò che la mamma chiamava il Boborosso.
La mano della creatura gli afferrò il braccio, forte, troppo forte. Diego tirò, si divincolò come un animale in trappola, sentì il dolore correre fino alla spalla. La creatura rideva. Una risata bassa, cava, come provenisse da dentro la terra. «Io vengo per i bambini che non ascoltano……»
Serrò la presa. Il ghigno si allargò fino alle orecchie.
Diego tirò un’ultima volta, con tutta la forza che aveva in corpo, un colpo di terrore puro e si liberò del braccio. Cadde indietro, il cuore a mille, mentre l’orco lo fissava come se gli avesse appena rubato qualcosa.
Qualcosa da accumulare nella gerla.
Si svegliò gridando. La madre accorse di corsa, trovandolo seduto nel letto bagnato, pallido come il gesso. «Diego! Cosa c’è?» chiese Ivana ancora più terrorizzata di lui.
Il bambino non rispose subito. Si toccò il braccio, lo stesso del sogno e lo trovò caldo, arrossato, come se davvero fosse stato stretto da una mano.
«Mamma…» sussurrò. «L’ho visto.»
Ivana sentì un brivido, di quelli che solo le madri sentono quando intuiscono una verità che non vogliono sapere. «Chi, amore? Chi hai visto?»
Diego alzò gli occhi verso di lei. Occhi lucidi, pieni di una paura che non era da bambini. «Il Boborosso… vuole mangiarmi.»
Ivana lo abbracciò forte, più forte di quanto avesse voluto. «Scusami, amore… non dovevo raccontarti quelle storie. Il Boborosso non esiste, sono solo cose che si dicono per far rigare dritto i bambini…» Diego, ancora tremante, annuì. Non le credeva, ma annuì.
La donna andò alla finestra e la aprì per far entrare un po’ d’aria fresca. Fuori, il cortile era deserto. Solo la nebbia tagliava le case come un velo bagnato. Entrò una lama d’aria fredda, pulita. Il canto distante di un merlo. Nient’altro.
Ma Diego, dal letto, vide qualcosa che la madre non vide.
Un’ombra.
Ferma in fondo al cortile, dove il bosco cominciava a inghiottire la luce. Immobilizzata tra la nebbia e il tronco di un acero.
Due occhi rossi. Accesi. Fissi su di lui. Gli stessi del sogno.
Diego spalancò la bocca, ma non uscì suono.
L’ombra non avanzò, non indietreggiò. Era lì. Bella dritta. Come qualcuno che aspetta.
Quando Ivana richiuse la finestra, la figura era ancora immobile. Ma al suo secondo sguardo, un istante dopo, era sparita. Senza lasciare tracce nel fango. Né orme. Né rumore.
Solo quel vuoto. E quel rosso, ancora impresso nella mente del bambino.
Questo racconto è ambientato nell’universo narrativo de L’Erosione, una serie a episodi ambientata a Vildipoz.
Il primo episodio è disponibile su Amazon:
https://www.amazon.it/dp/B0G49V144L
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