Agane, Krivapete e Torke: perché la natura nel folklore friulano ha un volto femminile?

 

Ci sono luoghi, in Friuli Venezia Giulia, nei quali il paesaggio sembra ancora suggerire che non tutto appartenga all'uomo.

Un torrente che scompare tra le rocce. Una grotta nascosta dalla vegetazione. Un sentiero che sale verso un bosco sempre più fitto. L'acqua di una sorgente che continua a scorrere anche quando intorno non c'è nessuno.

Per secoli questi non sono stati soltanto elementi del paesaggio. Erano confini.

Da una parte c'erano il paese, la casa, i campi coltivati, le strade conosciute. Dall'altra cominciava qualcosa di diverso: la montagna, il bosco, l'acqua, la notte. Luoghi necessari alla vita, ma mai completamente controllabili.

Ed è proprio lungo questi confini che il folklore ha collocato alcune delle sue presenze più affascinanti.

Molte hanno sembianze femminili.

Le Agane, legate soprattutto alle acque e ai luoghi umidi. Le Krivapete, donne selvatiche associate alle Valli del Natisone e a un mondo fatto di grotte, boschi e montagne. E poi le Torke, figure più enigmatiche, appartenenti a un immaginario nel quale il soprannaturale entra nello spazio quotidiano dell'uomo.

Creature differenti, nate da tradizioni e territori che non devono essere confusi tra loro.

Eppure, osservandole insieme, emerge una domanda interessante:

perché così tante figure femminili del folklore friulano sembrano vivere proprio là dove termina il mondo ordinato degli uomini e comincia quello della natura?

Forse è proprio da questa domanda che vale la pena partire.

 


Prima delle leggende c'è il territorio

Quando oggi leggiamo una leggenda popolare, è facile concentrarsi immediatamente sulla creatura.

Vogliamo sapere che aspetto avesse, dove vivesse, se fosse buona o malvagia, cosa facesse agli uomini che avevano la sfortuna — o la fortuna — di incontrarla.

Ma così rischiamo di dimenticare qualcosa di fondamentale.

Prima della creatura c'era il luogo.

Il Friuli Venezia Giulia è una terra nella quale, per secoli, la distanza tra spazio umano e spazio selvatico è stata molto più evidente di quanto lo sia oggi. Le comunità vivevano circondate da ambienti dai quali dipendevano profondamente, ma che potevano anche diventare pericolosi.

I fiumi davano acqua e fertilità, ma potevano travolgere ogni cosa.

I boschi offrivano legname, cibo e pascoli, ma erano anche luoghi nei quali ci si poteva perdere.

La montagna proteggeva e isolava allo stesso tempo.

Le grotte conducevano letteralmente dentro la terra.

È quindi naturale che questi luoghi abbiano prodotto racconti.

E forse non è altrettanto casuale che, in molti di quei racconti, la natura abbia assunto sembianze femminili.

 

Le Agane: le donne dell'acqua

Tra le figure più conosciute del folklore dell'Italia nordorientale ci sono certamente le Agane, anche se nomi, caratteristiche e racconti cambiano sensibilmente da una zona all'altra.

È proprio questa variabilità a renderle interessanti.

Non esiste necessariamente una sola Agana, identica in ogni paese e in ogni racconto. La tradizione popolare non funziona come un bestiario moderno, nel quale ogni creatura possiede caratteristiche precise e immutabili.

Le storie viaggiano.

Cambiano da una valle all'altra, vengono raccontate nuovamente, assorbono elementi locali.

Eppure alcune immagini ritornano.

L'acqua, prima di tutto.

Sorgenti, torrenti, fiumi, fontane e luoghi umidi diventano lo spazio nel quale queste presenze possono manifestarsi. In alcuni racconti sono creature inquietanti; in altri possiedono conoscenze che gli esseri umani non hanno. Possono entrare in relazione con le persone, aiutarle oppure rappresentare un pericolo.

Ed è proprio questa ambiguità a essere significativa.

L'Agana non è semplicemente un mostro.

Ma non è nemmeno una fata benevola nel senso moderno del termine.

Appartiene a un mondo che segue regole differenti.

Esattamente come l'acqua.

Possiamo incanalarla, attraversarla, utilizzarla. Possiamo costruire accanto a essa.

Ma non possiamo dimenticare completamente la sua forza.

Chi vive lungo un fiume lo sa bene: lo stesso elemento che rende fertile una terra può distruggerla.

L'Agana sembra conservare qualcosa di questa doppia natura.

Fascino e timore.

Dono e minaccia.

Vicinanza all'uomo e appartenenza a qualcosa che umano non è.

 

Le Krivapete: oltre il confine del villaggio

Se l'Agana ci porta verso l'acqua, la Krivapeta ci conduce in un paesaggio diverso.

Quello delle Valli del Natisone, dei boschi, delle montagne e delle cavità naturali.

Le Krivapete — il cui nome presenta varianti nella tradizione locale — sono forse tra le figure più affascinanti del folklore di quest'area proprio perché incarnano con grande evidenza l'idea della donna selvatica.

Vivono ai margini.

Non appartengono al paese e alle sue regole.

La loro casa è altrove: nelle grotte, nei boschi, in luoghi nei quali la presenza umana diventa più incerta.

Anche il loro aspetto sottolinea questa diversità. Uno degli elementi più celebri della tradizione è quello dei piedi rivolti all'indietro, caratteristica impossibile che rende immediatamente riconoscibile la loro natura non umana. Ma ridurre la Krivapeta a questa stranezza significherebbe perdere la parte più interessante del racconto.

Perché anche lei non è necessariamente soltanto una creatura da temere.

Nelle diverse testimonianze folkloriche, queste donne selvatiche possono possedere capacità e conoscenze particolari. Il loro rapporto con gli uomini è ambiguo: distanza e contatto convivono continuamente.

Ed è qui che Agane e Krivapete cominciano ad assomigliarsi.

Non perché siano la stessa creatura.

Non perché derivino necessariamente dalla stessa tradizione.

Ma perché occupano una posizione simile nell'immaginario.

Sono vicine al mondo umano senza appartenergli.

La Krivapeta può osservare il villaggio, incontrarne gli abitanti, entrare nelle loro storie.

Poi ritorna oltre il confine.

Nel bosco.

Nella montagna.

Nella grotta.

Là dove le regole della comunità non valgono più.

 

La Torke: quando il confine si avvicina alla casa

Con le Torke il discorso diventa ancora più interessante, perché ci troviamo davanti a una figura meno immediatamente conosciuta dal grande pubblico e legata a tradizioni locali che richiedono particolare attenzione alle varianti.

Ed è proprio questo il fascino del folklore friulano.

Più ci si allontana dalle creature diventate celebri e si entra nelle singole comunità, più il soprannaturale cambia nome, comportamento e perfino natura.

La Torke appartiene a questo mondo frammentato.

Non dobbiamo immaginare il folklore come una mitologia perfettamente organizzata, con un catalogo ufficiale di esseri fantastici. È piuttosto una geografia di racconti: storie tramandate in luoghi diversi che talvolta condividono motivi, paure e immagini, ma conservano caratteristiche proprie.

Ed è per questo che la Torke diventa particolarmente utile nel nostro viaggio.

Con lei il confine fra natura e spazio umano sembra farsi più sottile.

Non siamo più soltanto davanti alla creatura incontrata presso una sorgente o nascosta in una grotta. Il soprannaturale può avvicinarsi agli spazi della comunità, alle attività quotidiane, a quelle ore nelle quali il lavoro dovrebbe cessare e lasciare posto al riposo.

La paura cambia.

Il pericolo non è più soltanto quello di essersi spinti troppo lontano.

Può essere quello di avere infranto una regola.

E forse proprio qui possiamo intravedere un'altra funzione delle antiche leggende.

 

Le creature fantastiche servivano anche a stabilire dei confini?

Le storie popolari non nascono necessariamente con una morale precisa. Sarebbe troppo semplice pensare che qualcuno abbia inventato deliberatamente Agane, Krivapete o Torke per insegnare una lezione. Ma una leggenda, quando viene raccontata per generazioni, finisce inevitabilmente per trasmettere anche comportamenti.

Non andare in quel luogo.

Non uscire a quell'ora.

Non avvicinarti troppo all'acqua.

Non inoltrarti da solo nel bosco.

Rispetta determinati tempi.

Ricorda che esistono luoghi nei quali non sei tu a comandare.

Dietro una creatura soprannaturale può quindi nascondersi qualcosa di estremamente concreto.

Il territorio.

Una sorgente poteva essere pericolosa. Un torrente poteva ingrossarsi. Una grotta poteva diventare una trappola. Un bosco attraversato al buio non aveva nulla dell'esperienza romantica che possiamo immaginare oggi.

La leggenda trasformava quel rischio in una presenza.

E una presenza si ricorda molto più facilmente di un avvertimento.

 

Ma perché proprio donne?

Ed eccoci alla domanda iniziale.

Perché molte di queste presenze assumono sembianze femminili?

Non esiste probabilmente una risposta unica. E sarebbe rischioso cercarne una valida per ogni leggenda e per ogni comunità. Possiamo però osservare un elemento comune.

Queste figure sono spesso associate a qualcosa che genera, nutre, conosce e allo stesso tempo può sottrarsi al controllo.

L'acqua è indispensabile alla vita, ma può uccidere.

Il bosco offre risorse, ma nasconde.

La montagna protegge, ma separa.

La natura stessa è contemporaneamente generosa e terribile.

Attribuirle un volto femminile significa allora darle una presenza con la quale l'essere umano può entrare in relazione.

Ma quella presenza non diventa per questo domestica.

Ed è forse qui che si trova uno degli aspetti più affascinanti di Agane e Krivapete, e più in generale di molte figure femminili della tradizione popolare.

Non sono facilmente classificabili.

La domanda «sono buone o cattive?» funziona male.

Possono aiutare.

Possono insegnare.

Possono sedurre.

Possono spaventare.

Possono punire.

Soprattutto, possono rifiutare le regole degli uomini.

Sono altro.

 

Il folklore friulano non parla soltanto del passato

Agane, Krivapete e Torke appartengono a tradizioni diverse e possiedono caratteristiche che cambiano a seconda dei luoghi e delle testimonianze.

Cercare di rinchiuderle in definizioni troppo precise significherebbe probabilmente tradirne la natura.

Il folklore vive proprio perché cambia.

Passa da una voce all'altra.

Attraversa paesi e vallate.

Conserva qualcosa e dimentica qualcos'altro.

E soprattutto trasforma il territorio in memoria.

Forse, allora, la domanda non è soltanto perché il folklore friulano abbia immaginato così tante presenze femminili legate alla natura.

La domanda potrebbe essere un'altra.

Che cosa vedevano i nostri antenati nel paesaggio che noi abbiamo smesso di vedere?

Un fiume non era soltanto acqua.

Una grotta non era soltanto roccia.

Un bosco non era soltanto un insieme di alberi.

Erano luoghi dai quali dipendeva la vita e nei quali, allo stesso tempo, l'uomo doveva riconoscere i propri limiti.

Le Agane, le Krivapete e le Torke abitano ancora quella frontiera.

Non necessariamente nascosta in qualche valle remota del Friuli Venezia Giulia.

Ma nel punto, molto più difficile da individuare, in cui termina ciò che pensiamo di conoscere e comincia il mistero.

 

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