Chi erano davvero le Mari da Not? Origini, storia e significato di una famosa leggenda del Friuli

Chiunque sia cresciuto in Friuli Venezia Giulia, o abbia avuto la fortuna di ascoltare i racconti dei nonni nelle lunghe sere d'inverno, prima o poi si è imbattuto in un nome destinato a lasciare il segno: la Mari da Not.

Per alcuni era semplicemente una strega. Per altri una creatura senza volto che vagava nei boschi dopo il tramonto. C'era chi la immaginava avvolta in una veste nera e chi, invece, sosteneva che fosse poco più di un'ombra capace di confondersi con la notte stessa. Qualunque fosse il suo aspetto, una cosa era certa: nessun bambino desiderava incontrarla.

 

 

Come accade per quasi tutte le figure del folklore, anche la Mari da Not è arrivata fino a noi attraverso il racconto orale. Non esiste un testo che ne definisca con precisione l'aspetto o il comportamento. Ogni paese, ogni valle e, talvolta, ogni famiglia ne conservava una versione diversa. È proprio questa capacità di trasformarsi ad averle permesso di sopravvivere nei secoli.

Nelle zone montane della provincia di Udine si raccontava che comparisse soltanto tra il calare del sole e l'alba. Camminava accompagnata da spiriti maligni, portando sulle spalle un grande sacco nel quale finivano i bambini che non avevano dato ascolto ai genitori. Che cosa accadesse loro una volta catturati nessuno lo sapeva davvero. Ed era proprio quell'assenza di risposte a rendere la leggenda ancora più inquietante. Quando non trovava nessuno da punire, la Mari da Not svaniva in una nube di cenere, lasciando dietro di sé soltanto il dubbio che fosse passata davvero.

Sarebbe però un errore fermarsi alla superficie del racconto e considerare questa figura soltanto come una strega cattiva inventata per terrorizzare i più piccoli. Le leggende popolari raramente nascono dal desiderio di spaventare. Più spesso rispondono a un bisogno molto concreto della comunità che le ha create.

Per comprendere davvero la Mari da Not bisogna dimenticare, almeno per un momento, il mondo in cui viviamo oggi. Immaginiamo invece un piccolo villaggio friulano di due o tre secoli fa. Le case illuminate soltanto dal fuoco del camino, le strade prive di qualsiasi luce, i boschi che iniziavano a pochi passi dalle abitazioni e una notte capace di cancellare ogni punto di riferimento. In un simile contesto bastava allontanarsi di qualche centinaio di metri per trovarsi completamente soli.

Il pericolo non era una leggenda.

Era reale.

Un torrente in piena, un dirupo nascosto dalla vegetazione, un animale selvatico o semplicemente il rischio di smarrirsi erano minacce quotidiane. Come spiegare tutto questo a un bambino troppo piccolo per comprenderne le conseguenze?

Le storie facevano ciò che le parole razionali non riuscivano ancora a fare.

La Mari da Not diventava così il volto della notte, il simbolo di tutto ciò che era meglio evitare. Non perché quella creatura fosse necessariamente esistita, ma perché il timore di incontrarla era sufficiente a tenere lontani i più piccoli dai luoghi realmente pericolosi.

Ridurre tutto questo a una semplice "storia per far paura", tuttavia, sarebbe ingiusto. Le leggende popolari hanno sempre svolto una funzione più profonda. Ogni epoca costruisce i propri mostri per dare un nome alle paure che non riesce a spiegare. Cambiano i protagonisti, cambiano i contesti, ma il meccanismo rimane sorprendentemente simile.

Forse è proprio questo il motivo per cui la Mari da Not continua ancora oggi ad affascinarci.

La paura, infatti, non allontana soltanto.

Attira.

Ogni leggenda nasce come un divieto. Ci dice di non entrare nel bosco, di non attraversare il ponte dopo il tramonto, di non seguire una voce sconosciuta nella notte. Eppure è proprio quel divieto a generare la curiosità. Più una porta ci viene proibita, più desideriamo sapere cosa si nasconda dall'altra parte.

Le grandi leggende vivono di questa contraddizione.

Ci respingono e ci chiamano nello stesso momento.

Forse è per questo che sopravvivono ai secoli. Non perché crediamo ancora alla loro esistenza, ma perché continuiamo a riconoscere dentro di noi quella stessa irresistibile attrazione verso ciò che ci spaventa.

È un meccanismo antico quanto l'uomo.

Le storie che ricordiamo davvero non sono quasi mai quelle che ci rassicurano. Sono quelle che ci costringono a guardare nell'oscurità, lasciandoci liberi di immaginare ciò che potrebbe nascondersi oltre il limite della luce.

La Mari da Not appartiene a questa categoria.

È diventata l'icona delle streghe friulane proprio perché non racconta soltanto una creatura. Racconta un modo di vivere, un rapporto con la natura e con il mistero che oggi abbiamo quasi dimenticato. Ogni volta che quella figura riappare in un racconto, ci ricorda quanto fosse sottile il confine tra il mondo conosciuto e ciò che rimaneva nell'ombra.

Ed è forse questo il motivo per cui continuo a scrivere di folklore.

Quando ho iniziato a lavorare a La Mari da Not – Il giudizio della strega, non mi interessava riscrivere una leggenda già conosciuta. Mi affascinava una domanda molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più difficile: e se dietro quei racconti ci fosse stato qualcosa di reale? Non una strega nel senso tradizionale del termine, ma un evento, una persona o una vicenda che, con il passare dei secoli, si è trasformata in leggenda.

È una domanda alla quale probabilmente non esiste una risposta.

Ma forse è proprio questo il compito della narrativa.

Non dimostrare che una leggenda sia vera.

Nemmeno dimostrare che sia falsa.

La narrativa può fare qualcosa di diverso: attraversare quella sottile linea di confine dove la storia lascia spazio all'immaginazione, permettendoci di guardare il mondo con gli stessi occhi di chi, secoli fa, tornava a casa prima del tramonto perché da qualche parte, oltre gli alberi, qualcuno aveva giurato di aver visto passare la Mari da Not.

Forse non la incontreremo mai.

Ma continueremo a cercarla.

Perché ogni leggenda, prima ancora di raccontare un mostro, racconta una parte di noi stessi che non ha mai smesso di essere incuriosita dall'ignoto.

 

Vuoi leggere una storia ispirata a questa leggenda?

Se la figura della Mari da Not ti ha incuriosito, ho scritto un racconto ambientato nel Friuli medievale che nasce proprio da questa leggenda. Non è una trascrizione del folklore tradizionale, ma una mia interpretazione narrativa di ciò che avrebbe potuto celarsi dietro il mito.

Puoi riceverlo gratuitamente iscrivendoti alla newsletter.

[👉 "La Mari da Not – Il giudizio della strega"]

 

E tu?

Conoscevi già la leggenda della Mari da Not? Ti è mai stata raccontata in una versione diversa da quella descritta nell'articolo?

Raccontamelo nei commenti. Una delle cose più affascinanti del folklore è che ogni paese, e a volte perfino ogni famiglia, conserva una versione diversa della stessa storia.

 

 

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