Il Friuli non trema: memoria, resilienza e l’eredità di Zanardi
C’è qualcosa di profondamente simbolico in quello che è accaduto oggi allo Stadio Friuli (mi scuserete ma per me rimane questo il suo nome). La partita tra Udinese e Torino è passata quasi in secondo piano, perché a parlare erano le splendide maglie bianconere: “Il Friuli ringrazia e non dimentica”. Una frase semplice, ma densa di memoria.
Non è solo un omaggio. È un modo di stare al mondo.
Il richiamo è inevitabile al Terremoto del Friuli del 1976, una ferita profonda che ha segnato la storia di un’intera regione — e che quest’anno, nel suo cinquantesimo anniversario, torna a farsi memoria viva. Nella tradizione popolare si dice che si sia risvegliato l’Orcolat, la creaturaleggendaria che rappresenta la furia del terremoto, già evocata nei racconti di chi quella notte l’ha vissuta davvero.
Ma il Friuli non è rimasto prigioniero di quel dolore. Lo ha attraversato, lo ha trasformato. Lo racconta un motto che non è solo una frase, ma una dichiarazione di identità: “Il Friuli trema, il friulano no”.
In queste parole non c’è la negazione della paura, ma qualcosa di più profondo: la consapevolezza che si può essere colpiti, scossi, persino spezzati — senza però perdere ciò che si è.
È qui che la memoria smette di essere celebrazione e diventa identità. Il Friuli non è solo ciò che ha perso, ma ciò che ha saputo ricostruire: case, comunità, fiducia. Non è il non cadere a definire un popolo, ma il modo in cui si rialza.
E proprio oggi, questa riflessione si intreccia con un’altra perdita. Quella di Alex Zanardi.
Parlare di lui come di un eroe è facile, ma forse riduttivo. Zanardi è stato qualcosa di più: l’incarnazione concreta di una filosofia antica. Quella che Epitteto e Marco Aurelio hanno provato a mettere in parole secoli fa.
Accettare ciò che non possiamo controllare. Ma non solo: farlo proprio.
È il cuore dell’Amor fati. Non limitarsi a sopportare il destino, ma arrivare ad amarlo.
Zanardi non ha semplicemente resistito alla tragedia che lo ha colpito. Non si è limitato a sopravvivere. Ha trasformato ciò che gli è accaduto in una nuova possibilità di esistere, ridefinendo se stesso senza rimpianti visibili, senza retorica, con una forza che non aveva bisogno di essere proclamata.
Ed è qui che le due storie, apparentemente lontane, si toccano.
Il Friuli dopo il terremoto.
Zanardi dopo l’incidente.
Due eventi diversi, due scale opposte — una collettiva, l’altra profondamente individuale — ma una stessa risposta. Non negare il dolore. Non cancellarlo. Attraversarlo.
Il Friuli non ha dimenticato le macerie: le ha rese
fondamenta.
Zanardi non ha dimenticato il suo corpo spezzato: lo ha trasformato in una
nuova forma di vita.
In entrambi i casi, non c’è stata solo resistenza. C’è stata una scelta.
E forse è proprio questo il messaggio più potente che arriva da questa giornata. Quelle maglie non sono solo un ricordo e la storia di Zanardi non è solo un esempio da ammirare a distanza. Sono un richiamo.
Ricordare non significa guardare indietro con nostalgia. Significa prepararsi. Significa sapere che, prima o poi, ognuno di noi si troverà davanti al proprio terremoto — reale o metaforico.
E quando accadrà, non sarà importante evitare di
cadere.
Sarà decisivo scegliere come rialzarsi.

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